Pubblicato da: azibegna | ottobre 15, 2010

Il lungo silenzio

Sono sei settimane che non aggiorno il blog. Non perché sia stato con le mani in mano, ma perché ho lavorato per PeaceReporter. Un quotidiano on line che si occupa di esteri. Oltre ai primi piani, cioè le brevi, ho avuto modo di sfornare pezzi più lunghi. Tutti con un solo comune denominatore: l’Africa. Ho deciso di pubblicarli sul mio blog, anche se sono in controtendenza con il suo spirito, perché credo che raccontino qualcosa di più di questo Continente.

Spero li troviate interessanti:

Africa, l’avanzata del Mobile Banking

Senegal, costretti a mendicare in nome del Corano

Congo, le miniere del Kivu controllate dalle Mafie

Kenya, al-Shabaab si infiltra nei campi profughi

Somalia, al-Shabaab fa terra bruciata intorno al Governo di Transizione

Africa, niente guerra senza coltan

Sudafrica, shopping nucleare

Zimbabwe, ricacciati a casa

La mia nuova Africa

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Pubblicato da: azibegna | settembre 2, 2010

Perdere un occhio per una fattura

Jacob fa la guardia notturna, ha 24 anni e un occhio di vetro. Dice di averlo perso per una maledizione, i medici per una infezione trascurata. All’inizio era solo un po’ di bruciore, l’occhio lacrimava in continuazione, ma non sembrava preoccuparlo. Dopo dieci giorni la sclera era iniettata di sangue, la palpebra gonfia e rossa. I proprietari della casa in cui faceva la guardia, a Nairobi, lo convinsero ad andare in ospedale. “Tutto a posto”, gli dissero i medci, “nulla di grave”. Dopo qualche giorno Jacob non riusciva più a sopportare la benché minima luce. Anche se lavorava di notte lo faceva indossando gli occhiali da sole.

Durante le vacanze di Pasqua Jacob è tornato al suo villaggio per andare dal guaritore tradizionale. Una figura ambigua, a metà strada tra mago, erborista e saggio. L’uomo gli dice di non fidarsi della medicina occidentale. Gli dice che qualcuno gli ha fatto una fattura e che bisogna combattere gli spiriti maligni. Poi gli dà un impacco di erbe da applicare sull’occhio. Al suo ritorno a Nairobi la palpebra era così rossa e gonfia che non riusciva più nemmeno a sollevarla. Sotto l’iride era coperta da un velo opaco che lo rende cieco. Jacob non dice nulla a nessuno, ha paura di perdere il lavoro e continua con i suoi impacchi di erbe.

La situazione diventa presto insostenibile. L’occhio è gonfio e brucia. Gli inquilini se ne accorgono e lo accompagnano in ospedale. Una rapida visita e i medici dicono che non c’è nulla da fare. L’infezione si è mangiata l’occhio dall’interno. Ora bisogna toglierlo e rimpiazzarlo con uno di vetro. “Tornerò a vedere con questo occhio di vetro?” chiede Jacob sul lettino d’ospedale mentre la maschera dell’ossigeno cala sulla bocca.

Tommaso Cinquemani

Pubblicato da: azibegna | agosto 24, 2010

Statue nella savana

Da lontano potrebbero sembrare delle statue di terracotta. Ma più ci si avvicina, più si capisce che quelle figure che si stagliano all’orizzonte sono esseri in carne ed ossa. Sono le donne dell’etnia Himba, nella Namibia settentrionale. Hanno l’usanza di cospargersi il corpo di una mistura fatta di terra d’ocra, burro di capra ed erbe. I primi avventurieri che entrarono in contatto con questa popolazione, rimasta ai margini del colonialismo, pensarono che si trattasse di un  metodo per combattere la calura. Lo strato di unguento fungeva come una crema che proteggeva dai raggi del sole e dalle punture di insetti. Con il passare degli anni si scopri invece che per le donne Himba si trattava solo di vanità. Il colore e la lucentezza data al corpo le rendevano più desiderabili. Il make-up può essere rifatto fino a tre volte al giorno e si estende anche ai capelli, raccolti in lunghe trecce.

Gli uomini hanno invece adottato costumi occidentali. I maggiori contatti con turisti e i forestieri provenienti dalle città hanno cambiato anche il modo di “truccarsi” delle donne, che al posto del burro di capra usano sempre di più la vaselina industriale.

Una cosa che non è cambiata sono le relazioni tra i sessi. Mentre gli uomini oziano sotto le acacie, le donne si occupano di mungere le vacche e le capre, allevare i bambini e costruire le capanne quando la tribù si sposta, anche tre volte l’anno. Le mura, di forma conica, vengono fatte con frasche legate insieme con foglie di palma e cementate con fango e sterco. La donne sono poi le detentrici del potere di guarigione. La tribù rifiuta la medicina occidentale e si affida ancora alla donna più anziana del villaggio. Una personalità importante che è anche la guardiana del fuoco sacro. Una fiamma accesa al centro del villaggio che non si spegne mai, poiché incarna lo spirito del Bene.

Tommaso Cinquemani

Pubblicato da: azibegna | agosto 20, 2010

Spiagge tropicali? Ringraziamo il Pesce Pappagallo

Il pesce pappagallo può arrivare fino a 55Kg di peso

Il pesce pappagallo può arrivare fino a 55Kg di peso

Ogni inverno migliaia di turisti abbandonano la fredda Europa per rifugiarsi a più miti latitudini. Alcune delle mete preferite sono le coste del mar Rosso, Capo verde, Malindi e Zanzibar. Ci si sdraia sulle spiagge a prendere il sole, mentre i bambini costruiscono castelli di sabbia. Una delle attrazioni principali è proprio la sabbia: bianca, finissima, simile a farina. Molti pensano che sia portata verso il mare dai fiumi, ma non è così. Questa sabbia è di origine corallina e viene prodotta dal pesce pappagallo.

Questo strano pesce possiede un becco, formato dalla fusione dei denti anteriori, con il quale raschia le rocce del fondo marino. Si ciba di alghe e di piccoli molluschi, come quelli che formano il corallo. Con i denti tritura il tutto che poi viene ingerito. Qualche ora e quel che viene espulso è una sabbiolina fine che galleggia nell’acqua e viene trasportata dalle onde fino a riva.

Il processo è molto lento. Un esemplare di pesce pappagallo può produrre un chilo di sabbia all’anno. Il suo lavoro inarrestabile e i secoli hanno fatto il resto.

Durante la notte il pesce pappagallo si ricopre di uno strato di muco per non essere fiutato dai predatori

Durante la notte il pesce pappagallo si ricopre di uno strato di muco per non essere fiutato dai predatori

Un’altra caratteristica bizzarra di questo pesce è che durante la notte, per schermare il suo odore ai predatori, si avvolge con uno strato di muco. Questa barrierea viene prodotta da alcune ghiandole poste sotto le branchie. Sostanza che al mattino galleggia in superficie, verso riva.

Meglio non far sapere ai turisti l’origine delle meravigliose spiagge tropicali, potrebbero preferire i freddi inverni europei.

Tommaso Cinquemani

Pubblicato da: azibegna | agosto 16, 2010

Il terzo mondo ci sorpassa, col cellulare

Le donne sono le prime ad utilizzare i servizi di mobile banking

Le donne sono le prime ad utilizzare i servizi di mobile banking

Ero in macchina sulla Ngong road, a Nairobi, quando mi arriva un messaggio da un numero sconosciuto. Il testo è in swahili e non lo capisco, così faccio finta di niente. Dopo poco arriva una telefonata dallo stesso numero. Rispondo, ma l’uomo dall’altro capo non parla inglese. Cerchiamo di capirci, ma niente, così attacco. Mi chiama altre tre volte e sempre si ripete la solita scena: io che sbando sulla strada cercando di evitare buche, passanti e marabù, mentre dall’altro capo qualcuno impreca frustrato. Al quarto tentativo, probabilmente consigliato da un amico, l’uomo dice: «I want my money back», poi attacca. Dimentico quasi subito l’evento finché, il giorno dopo, mi ritrovo davanti ad un negozio della Safaricom, la mia compagnia telefonica. Entro e chiedo ad un commesso di leggere il messaggio in swahili. Lì mi si apre un mondo.

Scopro che la Safaricom nel 2007 ha lanciato un servizio di mobile banking chiamato M-Pasa (dove “pesa” significa soldi in swahili). Chiunque abbia in mano un cellulare può spedire ad altre sim piccole cifre utilizzando semplici messaggi. Così scopro che il mio amico sconosciuto mi ha spedito per sbaglio 500 scellini (circa 5 euro) e adesso li rivuole indietro. Dico al commesso di rispedire i soldi e guardando la velocità con cui lo fa rimango sbalordito.

Un punto dove ricaricare il cellulare. Lamu, Kenya.

Un punto dove ricaricare il cellulare. Lamu, Kenya.

M-Pesa è un successo. Circa 9,5 milioni di kenioti lo usano regolarmente. Ogni giorno vengono spostati 8,5milioni di dollari con una media di 40 dollari a transazione. Parlando con la gente per strada, con i taxisti, con i venditori ambulanti e le lavandaie capisco che tutti lo usano. Gli uomini che vengono in città a lavorare mandano i soldi a casa, in campagna, attraverso il cellulare. Le donne che vivono negli slum lo utilizzano per accantonare il denaro in modo sicuro e per pagare la retta dei figli a scuola. Gli uomini d’affari ci pagano il taxi. Si può perfino fare la spesa e saldare il conto con un sms.

Anche in Sudafrica, dove pure l’economia è molto più fiorente, si è sviluppato un servizio simile. Si chiama Wizzit, conta “solo” 500mila utenti, ma mette a disposizione molti più servizi di M-Pesa. Con il cellulare si possono trasferire somme di denaro, ma anche controllare l’estratto conto e ricevere piccoli prestiti. Il micro-credito arriva per vie inaspettate. Molte donne lo usano per aprire e ingrandire gli “spaza shop” catapecchie di lamiera che vendono un po’ di tutto: dai prodotti alimentari ai detersivi, dalle ricariche telefoniche alle extension per i capelli.

Sul cellulare è possibile vedere il proprio estratto conto

Sul cellulare è possibile vedere il proprio estratto conto

I sudafricani poi possono ricevere informazioni mediche, previsioni del tempo e notizie in tempo reale. Nel Paese arcobaleno otto persone su dieci possiedono un cellulare e cinque hanno anche accesso ad internet. Così un malato di aids riceve un avviso quando deve prendere le medicine e un anziano può chiedere consigli al suo medico.

Attraverso il cellulare gli africani hanno bruciato le tappe che noi abbiamo percorso in 150anni di storia. Sono passati dalla clava al mobile banking nel giro di una generazione. Ma tra tante possibilità il servizio più usato è un sms gratuito pre-impostato con scritto <<Please, call me back.>>

Tommaso Cinquemani

Pubblicato da: azibegna | agosto 11, 2010

La De Beers, nata da un calcio a un sasso

Il boero Schlak Van Niekerk

Il boero Schlak Van Niekerk

Chissà che cosa avrà pensato Schlak Van Niekerk quando suo figlio gli portò a casa una pietra luccicante. Probabilmente nulla, perché la posò su una mensola come soprammobile. E’ il 1866, siamo in una fattoria sulle sponde del fiume Orange, in Sudafrica e sta per avere inizio uno di quegli eventi che ha la capacità di sconvolgere una intera nazione.

La pietra rimase lì a prender polvere per alcuni anni finché un vicino, Whilst Van Niekerk, con qualche rudimento di geologia, non la notò. All’inizio non credeva che fosse un diamante, ma il minerale lo interessava, così chiese a Schalk quanto voleva. L’uomo, un agricoltore di mezza età, non volle niente e gliela regalò. Per come andarono le cose, negli anni successivi si sarà mangiato le mani.

Si può dire che il figlio di Schlak, con la sua scoperta, ha dato vita alla “corsa al diamante” che cambiò per sempre il futuro del Sudafrica. La pietra rinvenuta sulle rive dell’Orange passò di mano in mano finché giunse sul tavolo di Mr. Garrads, un gioielliere londinese che stimò il valore di “Eureka”, così venne chiamata, in 500 sterline. La notizia fece in poco tempo il giro del mondo. Dall’Australia, dagli Stati Uniti e dalla vecchia Europa arrivarono frotte di cercatori che invasero le quiete praterie dell’Orange.

"Eureka", il primo diamante grezzo del Sudafrica

"Eureka", il primo diamante grezzo del Sudafrica

In questo quadro si inserisce un altro personaggio che ha fatto la storia del Sudafrica. Si chiama Cecil Rhodes. Inizia come ragazzo di bottega. Poi si mette a vendere pompe idrauliche ai minatori. I primi giacimenti vengono individuati nelle anse dei fiumi. Servono strumenti adatti per estrarre la ghiaia, setacciarla e dividere i ciottoli dalle pietre luccicanti. In poco tempo Rhodes incassa un bel gruzzolo che reinveste comprando del terreno. Nasce così la De Beers Consolidated Mines, la prima vera azienda di estrazione diamantifera. Rhodes fa un accordo con gli acquirenti di Londra. Questi si impegnano a comprare ogni anno quote prestabilite di diamanti ad un prezzo preventivamente definito. In questo modo la De Beers ha la possibilità di gestire le fluttuazioni di mercato. In poco tempo assorbe le altre miniere. Dai fiumi si passa alle “miniere a pozzo”. Vere e proprie voragini scavate nel terreno per centinaia di metri in cui migliaia di uomini si accalcano alla ricerca dei diamanti.

Una "miniera a pozzo" nei pressi della città di Kimberly

Una "miniera a pozzo" esaurita nei pressi della città di Kimberly.

La più famosa e temuta è quella di Kimberly, in cui alla fine del ‘900, 300 mila uomini estraggono più di due milioni di diamanti. I crolli sono all’ordine del giorno e le condizioni di vita massacranti. Ma la speranza di trovare il “big one” spinge molti giovani neri a scendere nelle viscere della terra. Nel 1902, alla morte del suo fondatore, la De Beers ha in mano il 100% della produzione sudafricana di diamanti e il 90% di quella mondiale. Un impero che ha cambiato per sempre il volto del Sudafrica. Dove prima c’era il deserto sono nate città. Gli scarti delle miniere hanno formato colline. Le acque estratte dal sottosuolo laghi e fiumi. Tutto questo per merito o per colpa di un ragazzino che ha dato un calcio a una pietra sulle sponde di un fiume.

Tommaso Cinquemani

Pubblicato da: azibegna | agosto 9, 2010

Se serve una top model per accendere i riflettori

In questi giorni i quotidiani italiani hanno paginoni interi sul processo a Charles Taylor, il feroce dittatore liberiano. Un uomo che dal 1989 al 2003, mise a ferro e fuoco il suo paese come guerrigliero prima e presidente dopo. La sua vita è avvolta nella leggenda. Alcuni dicono che sia stato uno stregone che mangiava il fegato delle sue vittime, per altri è solo un pazzo criminale. Il processo a suo carico è iniziato nel 2006, ma fino ad oggi ha avuto poco spazio sui media italiani. Poi ecco spuntare Naomi Campbell, la top-model, la venere nera e allora si sprecano fiumi di inchiostro. La sua presenza al tribunale internazionale dell’Aja ha lo scopo di dimostrare che il dittatore liberiano fu in possesso, nel 1997, dei cosiddetti “blood diamond”, i diamanti insanguinati. Piccole pietre il cui commercio è illegale e che sarebbero servite a Taylor per finanziare la guerriglia in Liberia e Sierra Leone. Non si sa ancora se i giudici siano riusciti nel loro intento, quel che è certo è che i riflettori si sono accessi.

Potrebbe essere questa una nuova tecnica di comunicazione? Per avere lo spazio che si meritano sui giornali, basterà che i giudici chiamino a testimoniare un attore, un giocatore di calcio o un presentatore televisivo. Solo allora  ci saranno inviati speciali, corrispondenti e dirette televisive. Altrimenti un uomo che ha ucciso 300mila persone non fa notizia.

Tommaso Cinquemani

Si deve ancora capire se la balena sia stata provocata o meno. L’unico punto fermo è che un cetaceo di 14 metri è piombato sulla barca a vela di due skipper sudafricani. Distrutto l’albero, i due sono rimasti illesi. Ralph Mothes, 59 anni, e la sua compagna, Paloma Werner, di 50 anni, avevano deciso di trascorrere una piacevole domenica veleggiando sulle acque di Table Bay, vicino a Città del Capo. Avevano lasciato le coste da poco quando hanno incrociato una balena australe, una delle tante che in questa stagione si radunano per riprodursi. Secondo la legge le imbarcazioni si devono tenere a 300 metri di distanza dai cetacei e allontanarsi se questi si avvicinano. Ma non tutti, a quanto sembra dalle prime ricostruzioni, rispettano la regola. «La barca continuava ad andare incontro alla balena. La puntava dandole fastidio», ha dichiarato Richard Smith, presidente della Waterfront Boat Company, una società che organizza gite a caccia (fotografica) di balene. Il cetaceo ha così preso di mira la barca. «Non credevo proprio che quell’animale ci sarebbe potuto piombare addosso», ha raccontato Ralph Mothes. La balena si è prima immersa e poi ha spiccato un balzo di alcuni metri travolgendo la barca e distruggendo l’albero. «Grazie a Dio lo scafo era in acciaio, se fosse stato in vetroresina sarebbe affondato e saremmo stati rovinati» hanno dichiarato sconvolti i due. Nessun danno invece per la giovane balena che si è allontanata indisturbata, probabilmente soddisfatta della lezione data.

Tommaso Cinquemani

Pubblicato da: azibegna | luglio 19, 2010

Morto l’ultimo rinoceronte, non ci sarà più niente da fare

La carcassa del rinoceronte senza corno

La carcassa del rinoceronte senza corno

Hanno sorvolato il Kruger Park con un piccolo aeroplano. Hanno individuato la femmina di rinoceronte che brucava l’erba all’ombra della acacie. Poi sono tornati di notte, le hanno sparato una siringa narcotica e in sette minuti il colosso è crollato a terra. Le hanno tagliato il corno con una motosega. Sono bastati pochi secondi, poi hanno ripreso il volo e sono spariti nella notte. Nel migliore dei casi il rinoceronte è morto per arresto cardiaco dovuto al narcotico. Nel peggiore è morto dissanguato in una lenta agonia.

Sono 136 i rinoceronti abbattuti dall’inizio dell’anno in Sudafrica. Uno ogni due giorni. Nel 1970, nel continente africano, si contavano circa 65.000 esemplari. Oggi sono 18.000. Appare evidente che bisogna fare qualcosa, perché una volta che l’ultimo esemplare sarà stato ucciso, non potremo più fare niente per tornare indietro. Basta con i safari, basta con le foto. Basta con i documentari e basta anche con il commercio del corno. I più grossi acquirenti sono i cinesi e i vietnamiti. Usano l’osso, ridotto in polvere, come cura per ogni tipo di malattia. Per prima cosa l’impotenza, poi la malaria, gli avvelenamenti e le infezioni. Qualcosa però non torna. Antibiotici, Viagra, antibatterici e antimalarici sono ormai alla portata di tutti. Hanno prezzi bassissimi e un conclamato effetto curativo. Perciò perché un cinese dovrebbe pagare 20.000 dollari un chilo di polvere di osso? Probabilmente si tratta di superstizione. Lo vediamo di continuo nelle chinatown italiane. I cinesi hanno i loro guaritori, le loro medicine, anche quando queste non risolvono affatto i malanni. Forse bisognerebbe partire da qui. Perché il governo del Sudafrica, in cambio delle materie prime di cui la Cina è ghiotta, non esige una campagna che dimostri l’inefficacia del corno?

Un rinoceronte attraversa la strada al Lake Nakuru National Park, in Kenya

Un rinoceronte attraversa la strada al Lake Nakuru National Park, in Kenya

Sarebbe inutile sensibilizzare l’opinione pubblica sudafricana sulla necessità di salvaguardare i rinoceronti. Con tassi di disoccupazione che raggiungono il 40%, povertà diffusa e aids, ci sarà sempre una persona disposta a correre il rischio di venire arrestato. Ed è anche impensabile riuscire a controllare gli animali. Wanda Mkutshulwa, portavoce dei parchi nazionali del Sudafrica, ha affermato all’Observer di Londra che il commercio dei corni è gestito da vere e proprie organizzazioni criminali: «Abbiamo a che fare con professionisti del crimine. La polizia ci dovrebbe aiutare perché noi non abbiamo alcuna possibilità di battere queste organizzazioni».

Perché allora non fare come con gli elefanti. Tagliare il corno a tutti i rinoceronti in circolazione e continuare a farlo finché non potranno pascolare in pace nella savana africana. Si sentiranno un po’ strani senza corno, ma almeno sarebbero vivi.

Tommaso Cinquemani

Pubblicato da: azibegna | luglio 19, 2010

«Da qui le armi cinesi non passano»

La An Yue Jiang, nave cinese carica di armi destinate allo Zimbabwe

La An Yue Jiang, nave cinese carica di armi destinate allo Zimbabwe

La nave si chiamava An Yue Jiang. Era carica di armi provenienti dalla Cina e dirette al governo dello Zimbabwe. Armi che probabilmente sarebbero state utilizzate per sedare le rivolte scoppiate dopo le elezioni presidenziali. Elezioni non libere, in cui il dittatore Mugabe aveva vinto per l’ennesima volta.

La nave doveva attraccare al porto di Durban, città costiera sudafricana che si affaccia sull’oceano indiano. Ma il suo carico era atteso da migliaia di attivisti che protestavano contro la fornitura di armi ad un governo dispotico. È La cosiddetta “società civile”, un soggetto ambiguo, presente in tutte le democrazie occidentali e che, a sorpresa, si è fatto sentire anche in un paese che solo dal 1994 si può ritenere tale.

La società civile, fatta di avvocati, commercianti, impiegati, ma anche da disoccupati, studenti e pensionati non poteva permettere che dal territorio del Sudafrica transitassero armi destinate ad uccidere manifestanti inermi. Uomini e donne che protestavano per chiedere l’applicazione dei principi democratici. All’inizio venne chiesto al governo di fermare la nave. Ma Pretoria dichiarò di avere le mani legate. “Queste sono armi legalmente vendute ad un governo legalmente al potere”. Così si passò alla disobbedienza civile. I portuali di Durban fecero sapere che si sarebbero rifiutati di far attraccare la nave. Non ci sarebbero stati uomini a scaricare i container, ne camionisti disposti a trasportare le armi ad Harare. Kalashnikov destinati ad uccidere altri africani. Si arrivò perfino a paventare uno sciopero generale se non si fosse impedito l’attracco. Mentre la nave rimaneva al largo in attesa di avere il via libera, venne fatto ricorso alla Corte Suprema che con un verdetto inaspettato dichiarò illegale il transito di quelle armi sul territorio sudafricano. La An Yue Jiang fu costretta a riprendere il mare. Passò il Capo di Buona Speranza e tentò di attraccare in Angola. Ma la sua fama l’aveva preceduta e ciò che i sudafricani avevano fatto fu ripetuto. Davanti alle braccia conserte dei portuali e al no del governo di Luanda la nave fu costretta a fare ritorno in Cina.

Manifestanti protestano contro l'attracco della An Yue Jiang

Manifestanti protestano contro l'attracco della An Yue Jiang

Questo evento dimostra due cose fondamentali. Innanzitutto la forza della democrazia sudafricana. In quale altro paese del continente nero dei civili inermi avrebbero impedito al business della guerra di completare un affare? In secondo luogo è sorprendente come il popolo del Sudafrica sia intervenuto in maniera forte e determinante in favore di un altro popolo africano. Un evento sorprendente che dimostra la capacità di leadership del Sudafrica. Un paese che potrebbe traghettare l’intero continente verso la democrazia.

Tommaso Cinquemani

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